LO STAGNO DELLE NINFEE
Claude Monet dal 1833 fino alla sua morte (1926) vive con la famiglia nella casa di Giverny, il cui giardino costituì per oltre quarant’anni il principale luogo d’ispirazione per l’artista. Al tema dell’acqua (caro a tutti gli impressionisti) si ricollegano i 250 dipinti aventi per soggetto le ninfee dello stagno, conservati oggi nel Museo dell’Orangerie di Parigi all’interno dei famosi Jardin des Tuilleries . Monet dedicò quasi esclusivamente a esse a partire dal 1899 arrivando ad indagarle in ogni stagione, prefiggendosi di produrre su tela ogni variazione di colore, anche dovuta al semplice passaggio di una nuvola o al filtrare del sole tra le fronde smosse dal vento.

“Ho dipinto tante di queste ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi da essere l’intero spettacolo, in realtà sono solo il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante per come brandelli di cielo vi si riflettono conferendogli vita e movimento. Cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia è già sufficientemente difficile quando il gioco di luce e colore si concentra su un punto fisso, ma l’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento è un vero problema. Un uomo può dedicare l’intera vita a un’opera simile.”
-Claude Monet

Nello Stagno delle ninfee, armonia verde Monet rappresenta anche il ponte in stile giapponese avendo verosimilmente per modello una stampa di Utagawa Hiroshige che ne rappresenta uno simile. La fredda luce verdastra, schermata dalle chiome dei salici piangenti, genera una sensazione di frescura alla quale si somma quella originata dall’acqua dello stagno, punteggiata dallo sgargiante affiorare delle ninfee in fiore. L’atmosfera che ne deriva è quasi quella di una dimensione incantata, nella quale la realtà non sussiste altro che come pretesto per dar voce e colorare il mondo delle emozioni.

“Io dipingo come un uccello canta”, amava dire di se Claude Monet sottolineando con ciò come la pittura non fosse una semplice attività artistica ma una vera e propria esigenza interiore, quasi una necessità fisiologica. A questo suo innovativo canto si sono ispirati molti, il suo insegnamento è tutto nelle tele, in ciascuna delle quali si riconosce sempre la volontà di parlare di un soggetto senza mai descriverlo, preferendo alla fredda certezza dei contorni l’evanescente mutabilità dell’impressione.